"SCOPRI IL COACH - 3": CONOSCIAMO EUGENIO FERRARA

Nuovo appuntamento con la nostra nuova rubrica, alla scoperta della storia "da atleta" di alcuni degli allenatori e allenatrici che incontriamo sui campi di gara. "Scopri il coach" è il posto dove raccontare e "far raccontare" gli allenatori dell'atletica milanese. Oggi andiamo a conoscere Eugenio Ferrara. Buona lettura.

(Invitiamo tutte le società milanesi a segnalarci i loro allenatori dal passato "glorioso": Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).


Eugenio Ferrara, 52 anni, è allenatore dell'Atletica Cesano Maderno. Prima di iniziare ad allenare, tre anni fa, Eugenio è stato un grande interprete degli 800 e dei 1500 metri tra la fine degli anni '80 e i primi 90, ovvero nel periodo d'oro del mezzofondo italiano. Nato nell'Atletica Cesano, cresciuto nella Snia e poi consacratosi nella Snam di San Donato Milanese, ha incrociato i suoi "chiodi" con alcuni dei più grandi atleti italiani: Andrea Benvenuti, Giuseppe D'Urso, Alessandro Lambruschini, Stefano Mei. Il suo gruppo di riferimento era quello che faceva capo a coach Claudio Valisa, e che aveva in Gennaro Di Napoli la sua massima espressione. Più volte sul podio nei Campionati Italiani Assoluti outdoor e indoor, ha raggiunto l'apice della sua carriera in occasione dei Campionati Europei Indoor di Genova 1992. Nella sua unica maglia azzurra assoluta, realizzò in batteria il suo primato indoor nei 1500 metri con 3:42.68, per poi chiudere all'8° posto nella finale. Nel 1991 aveva realizzato il minimo di partecipazione per negli 800 metri per i Mondiali Indoor di Siviglia, ma non venne poi convocato. 

coach ferrara

1. Come e perché hai iniziato a fare atletica?

Ho iniziato per necessità. Nel 1978 sono stato ricoverato in ospedale per due mesi per reumatismi nel sangue. Allora mi consigliarono di fare ginnastica per riacquistare l'uso delle gambe, e così mi sono ritrovato nella palestra dell'Atletica Cesano Maderno insieme a mia sorella, mia cugina Ornella, poi diventata maratoneta (bronzo mondiale a Goteborg 1995, ndr) e mio cugino. Ho fatto la mia prima campestre dopo circa 4 mesi di allenamento, e non poteva capitarmi gara migliore, la mitica Cinque Mulini, sotto un diluvio universale, e con mia mamma che non voleva che mi ammalssi nuovamente. Sono arrivato 31° e mi sono innamorato.

2. Come e quando hai scoperto la tua specialità?

Il mio idolo è stato Mariano Scartezzini, vedendolo correre in tv mi affascianava tantissimo. In società, poi, avevo come presidente Vittorio Maggioni, più volte azzurro, e il mitico Luigi Pelliccioli, specialista nelle campestri, presente a tutte le gare con i suoi aneddoti e cosigli su come correre. Ho fatto tutta la trafila: Ragazzo, Cadetto, Allievo, spaziando dalle campestri alle gare su strada, come dovrebbe essere. Da Junior ci abbiamo provato più seriamente, e sono arrivati i risultati.

Ho avuto la fortuna di aver avuto tre grandi allenatori. Il primo, Bruno Poserina, la persona giusta per me, che mi ha accompagnato fino alla categoria Cadetto facendomi spaziare dai 600 fino alle gare sui 2000 metri, facendomi però provare un po' tutte le specialità, salti e lanci, ma non con lo stesso successo.

Da Allievo (in maglia Snia) sono passato sotto la guida del prof. Piero Damonte, con cui è sbocciato l'amore per gli 800 metri. E' iniziata la mia crescita, passo dopo passo. Ho pensato anche di smettere, ma lui è stato bravo a insistere insieme al grande dirigente Franco Sar. Questo è stato il momento in cui ho scelto la mia gara. Poi è arrivato Claudio Valisa e il gruppo di San Donato Milanese.

3. Qual è la gara a cui sei più affezionato?

Ne ricordo parecchie con piacere, ma se devo scegliere, scelgo quella dei Campionati Italiani di Società indoor, dove nei 1500 metri vinsi battendo in volata il grande Alessandro Lambruschini. E non la ricordo perché ho vinto, ma per come l'avevo preparata e vissuta.

4. Cosa ti ha insegnato e lasciato l’atletica?

Mi ha sicuramente lasciato delle esperienze bellissime, fatte di persone vere e situazioni che mi sono poi servite con il prosieguo della mia vita. Era sicuramente un'altra atletica. Ho avuto la fortuna di gareggiare e allenarmi con gente che ha vinto tutto quello che si poteva vincere (Europei, Mondiali, Olimpiadi - foto sotto), di condividere raduni lontano da casa con grandissimi campioni e persone fantastiche con cui mi sono potuto confrontare. Sono orgoglioso di esserci riuscito. Da fuori, non ci si rende conto di cosa si deve fare per poter raggiungere risultati importanti. Dalla gara di paese a quella internazionale, dove imparai a rispettare tutti i miei avversari, nessuno escluso. Perché la fatica è la stessa, i sogni sono gli stessi e la strada è una: crederci sempre.

5. È stato difficile smettere con le gare e l’agonismo?

Ho smesso per un infortunio al tendine. Ho scelto di non farmi operare: scelta opinabile, con il senno di poi. Mi sono trovato fuori dal mio mondo in un attimo, quando non servi più ti lasciano al tuo destino, la storia è piena di atleti abbandonati. Qui forse la Federazione ha ancora molto da lavorare. La mia personalità e le esperienze passate mi sono servite nella vita. Con il gruppo di allenamento della Snam sono ancora in contatto, mentre con Gennaro di Napoli e Stefano Parma, assidui compagni di allenamento, ho stretto una solida amicizia.

6. Quando e perché hai scelto di diventare un allenatore?

Sono rientrato tre anni fa nel mondo dell'atletica sotto l'insistenza della mia ex suocera (Santa Guerini, ndr), persona stupenda e anima dell'Atletica Cesano Maderno, e di Luca Caffù, il presidente, per aiutarli con i più grandicelli, ed è tornato l'amore per questo sport.

7. Cosa ti piace nell’essere un allenatore?

Ho avuto la fortuna di iniziare con gli Esordienti 2009-2010, bimbi meravigliosi, attenti ed educati. Mi sono sentito importante per loro, un punto di riferimento. Qui ho capito che il mio bagaglio sportivo avrei voluto condividerlo con loro, cercando di farlo nel migliore dei modi.

8. Cosa insegni per prima cosa ai tuoi atleti?

Le nostre regole sono divertirsi, rispettarsi e dare sempre il massimo in gara, ognuno secondo le proprie capacità. Perché in atletica non ci sono scorciatoie: l'onestà e il lavoro pagano sempre. Queste sono le regole di vita che io voglio fargli arrivare.

 ferrara storico

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"SCOPRI IL COACH - 2": CONOSCIAMO MAGDA MAIOCCHI

Secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica che vuol far conoscere la storia "da atleta" di alcuni degli allenatori e allenatrici che incontriamo sui nostri campi di gara. Sapete quanti e quali campioni continuano a dedicarsi all'atletica, a far crescere i più giovani mettendosi a disposizione della passione e del talento dei nostri atleti? "Scopri il coach" è il posto dove raccontare e "far raccontare" gli allenatori dell'atletica milanese: una breve scheda personale e poi a loro la parola! Ci saranno grandi scoperte da fare. Oggi conosciamo Magda Maiocchi. Buona lettura.

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Magda Maiocchi, 57 anni, è allenatrice dell'@tletica Meda 014. Prima di diventare allenatrice, Magda si è divisa tra i 400 hs e gli 800 metri. Ha praticato atletica tra il 1976 e il 1990. Cresciuta nella (fu) Atletica Mediolani, ha però svolto la sua carriera da professionista nella maglia della Fiat Sud Formia. Ha iniziato dedicandosi ai 400 hs (1:00.19, 1/5/1985), specialità che l'ha vista debuttare nella nazionale maggiore in un incontro internazionale a Nova Gorica (Slovenia). E' però negli 800 metri che ha ottenuto i suoi risultati più importanti. E' stata la numero uno in Italia nelle stagioni 1987 e 1989, ha stabilito un primato personale di 2:02.12 (18° prestazione italiana all time) in occasione della Coppa Europa (First League) di Strasburgo il 5 agosto 1989. E' stata campionessa italiana indoor nel 1987 con 2:06.18. E' stata per vent'anni primatista italiana dei 500 metri indoor con 1:14.1 (Genova, 1987). Nei 400 metri ha registrato un personale di 54:67 (Cesenatico, 26/6/1986). Ha vestito la maglia della nazionale assoluta per 6 volte, perdendo i Campionati Mondiali di Roma 1987 per un infortunio (era già stata convocata). Nel corso della sua carriera è stata allenata da Cesare Manzotti e Giorgio Rondelli. Laureata in biologia, è giornalista professionista e scrive per la rivista Runner's World. Nata e cresciuta a Milano, oggi vive in Brianza.

coach maiocchi

1. Come e perché hai iniziato a fare atletica?

Tutta colpa di una corsa “a panchine”. Avevo 13 anni e durante una vacanza organizzata per ragazzi partecipai a una sorta di mini olimpiade che comprendeva una corsa ad ostacoli, dove gli ostacoli erano appunto delle panchine. Non so bene come, ma la vinsi. E fu un po’ come un segno del destino. Quando tornata a casa, i miei genitori mi chiesero che sport volessi fare l’anno seguente, indovinate cosa risposi?

2. Come e quando hai scoperto la tua specialità?

Considero la mia specialità gli 800 metri, perché sono la distanza dove mi sono espressa meglio in assoluto. Purtroppo l’ho scoperta solo dopo aver passato anni e anni a correre i 400 hs, una gara preziosa per i Campionati di società, ma per la quale, onestamente, ero negata. Quando mi stufai di pasticciare tra le barriere, di andare a sbattere e cadere, avevo ormai ormai 24 anni. Passai a preparare gli 800 metri e già al primo anno, nel 1986 feci 2:02’, miglior prestazioni italiana stagionale. Come si dice: l’avessi saputo prima!

3. Qual è la gara a cui sei più affezionata?

Una finale dei campionati di società di prove multiple a Bressanone.  Al mio club, la Fiat Sud Formia, serviva un’atleta per completare la squadra per quei Campionati e un po’ per scherzo il mio presidente di allora, Elio Papponetti, mi chiese se per caso non fossi disponibile. Io, un po’ incosciente,  un po’ attratta dalla novità, dissi di sì.  Da ragazzina avevo gareggiato un po’ in tutte le gare, l’unica prova che mi spaventava, e per la quale cercai di prepararmi in tempo record, erano i 100 hs. Ho ancora delle foto incredibili  delle mie performance nell’occasione, tipo una in cui lancio il giavellotto mentre invece di piantarmi sono a 30 centimetri da terra…. Ma mi divertii tantissimo, scoprii un mondo straordinario, quello delle prove multiple, e vinsi gli 800. E come squadra non ci piazzammo neanche tanto male! Se nasco un’altra volta, mi do all’eptathlon!

4. Cosa ti ha insegnato e lasciato l’atletica?

Soprattutto la forma mentis, il dare sempre il 110% nelle cose che si fanno. È quella famosa marcia in più che anche nel mondo del lavoro viene riconosciuta a chi è stato un atleta. L’atletica t’insegna a cercare di superare i tuoi limiti, a spingere l’asticella sempre un po’ più in là. Un’abitudine che si acquisisce in pista ma che si conserva per tutta la vita. E poi, importantissima, la voglia di correre. Quella c’è sempre.

5. È stato difficile smettere con le gare e l’agonismo?

I cambiamenti non sono mai facili, soprattutto quando in un’attività si è arrivati al top e si tratta in qualche modo di scendere dal piedistallo. Nel mio caso il passaggio è stato però abbastanza “fisiologico”, avevo ormai una certa età e continuavo ad avere problemi con i tendini. Inoltre, avevo cominciato un’attività lavorativa, quella di giornalista, che mi attraeva e alla quale sentivo di voler dedicare il mio tempo. Aver preparato per tempo l’opzione B mi ha sicuramente aiutata.

6. Quando e perché hai scelto di diventare un’allenatrice?

In realtà, come molti ragazzi che frequentano i campi di atletica, già ai tempi delle scuole superiori per “arrotondare” avevo cominciato ad allenare i piccoli della mia società di allora, la Mediolani, e  avevo frequentato il corso per istruttore Fidal. Smisi quando entrai in Nazionale e gli allenamenti cominciarono ad assorbirmi sempre più tempo. Poi, una decina d’anni fa, uno dei miei figli ha deciso di fare atletica. Beh, non so bene come, ma è stato un attimo essere nuovamente coinvolta e trovarmi ad allenare i “piccolini”. Non senza, però, ripetere il corso d’istruttore: l’esperienza conta, ma restare aggiornati non fa mai male.

7. Cosa ti piace nell’essere un allenatore?

Riuscire a seminare passione e carica. Il risultato in gara per me è relativo. Mi piace se riesco a portare un ragazzo a finire un allenamento che non credeva di poter finire, o se riesco a insegnargli a fare qualcosa di nuovo. Sono convinta che il ruolo di allenatore nel settore giovanile sia costruire l’atleta del futuro, che sia più importante insegnargli a usare bene i piedi, a non mollare quando avverte la fatica, a vivere positivamente l’atletica, che non farlo salire sul podio. Solo così, con i giusti tempi, potrà arrivare a esprimere tutto il suo potenziale, riuscirà a migliorarsi anno dopo anno e, si spera, non sceglierà di abbandonare l’atletica perché demotivato dai risultati che latitano o perché vittima di troppa pressione.

8. Cosa insegni per prima cosa ai tuoi atleti?

Che se uno ha un sogno deve inseguirlo. Io ho cominciato ad ottener qualche risultato solo da junior. Prima sono sempre stata una “scarsina”, le mie prestazioni non erano nemmeno lontanamente all’altezza di quelle ottenute dalle atlete forti della mia categoria. Poi però negli anni sono migliorata sempre di più, ho iniziato a togliermi certe soddisfazioni e sono arrivata a ottenere risultati di livello assoluto. Diciamo che sono la prova vivente che nell’atletica il talento non è tutto e che, con l’allenamento, si può andare molto, molto lontano.

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Maiocchi nazionale

"SCOPRI IL COACH - 1": CONOSCIAMO ELENA SORDELLI

Inizia oggi una nuova rubrica del nostro sito web. Popolo dell'atletica, voi che correte, accompagnate, seguite e tifate: conoscete chi sono quegli allenatori e allenatrici che incontrate in pista, in tribuna, al bar dopo gara? Sapete quanti e quali campioni continuano a dedicarsi all'atletica, a far crescere i più giovani mettendosi a disposizione della passione e del talento dei nostri atleti? "Scopri il coach" è il posto dove raccontare e "far raccontare" gli allenatori dell'atletica milanese: una breve scheda personale e poi a loro la parola! Ci saranno grandi scoperte da fare. Iniziamo oggi a conoscere Elena Sordelli. Buona lettura

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Elena Sordelli, 44 anni, è allenatrice dei velocisti del Geas Atletica di Sesto San Giovanni. Prima di diventare allenatrice, Elena è stata per oltre 10 anni una velocista nazionale, pedina fissa della staffetta azzurra 4x100 e specialista dei 100 metri. Su questa distanza ha vinto due titoli nazionali assoluti (1998 e 2006), ha partecipato alla Coppa Europa del 2006, ai Giochi del Mediterraneo del 2005, alle Universiadi del 1997 e 1999, ai Mondiali Indoor (60 piani) del 1997.

Con la staffetta 4x100 ha partecipato ai Campionati Mondiali, Europei, Coppa Europa e Giochi del Mediterraneo. I suoi primati personali sono di 11.56 nei 100, 24.05 nei 200 e 7.38 nei 60 indoor. E' laureata in Scienze Motorie.

coach sordelli

Come e perché hai iniziato a fare atletica?

Ho provato tanti sport fin da bambina, ne facevo anche più di uno insieme: nuoto, pallavolo, canoa e a un certo punto è arrivata anche l’atletica. Ed è stato merito di varie persone, prima fra tutte la mia mamma che da ex-atleta di discreto livello ha sempre fatto il tifo perché io facessi atletica, ma senza mai spingere o insistere troppo. Mi ricordo ancora che ogni tanto mi diceva: “se facessi atletica ti piacerebbe e saresti anche molto brava”. Beh, mi sa che aveva proprio ragione! E poi avevo voglia di uno sport individuale, dove solo io ero responsabile e artefice dei miei risultati. Così iniziai con un’amica al Centro Schuster a Milano. La mia decisione è stata alimentata anche da altre persone importanti, in particolare dal professore di educazione fisica della scuola media che ora è un mio caro amico (Marco Corradini, ndr). Inoltre, grazie a lui, dopo qualche anno al Centro Schuster, quando sentii che potevo essere valorizzata di più, approdai al GEAS di Sesto San Giovanni, in quanto sapevo che lui era allenatore lì, e dove ancora oggi anche io alleno.

Come e quando hai scoperto la tua specialità?

La velocità l’ho scoperta subito. Forse ancora prima di iniziare a fare atletica. Mi è sempre piaciuto correre veloce, più veloce che potevo, ovunque. Per strada, nei prati e anche in pista. Da bambina in cortile, a scuola, all’oratorio, sfidavo tutti i maschi nella corsa veloce. E solo da più grandicelli uno di loro iniziò ogni tanto a battermi.

Poi, quando ho cominciato a praticare l’atletica a livello agonistico, le gare di velocità erano quelle in cui non solo vincevo o mi ben piazzavo più spesso, ma erano anche quelle che preferivo perché  mi facevano sentire di più l’adrenalina; eran quelle in cui mi sentivo di esprimere il senso esatto di ciò che ero e che sono: scatto ed esplosività!

Non andavo male neanche in discipline simili come il salto in lungo, gli ostacoli e anche il salto in alto e addirittura anche il getto del peso, dove comunque è importante una certa esplosività di gambe, come si dice! Ma di certo dentro di me mi sentivo velocista.

A quell’età, nella categoria Ragazza e Cadetta comunque si prova un po’ tutto. Anche le corse campestri, ma ho capito subito che non facevano per me: mi nascondevo dietro gli alberi, oppure stavo nel gruppo molto annoiata e con molta fatica, e poi gli ultimi cento metri scattavo recuperando posizioni!

Qual è la gara a cui sei più affezionata?

È difficile rispondere a questa domanda. Ho avuto una lunga carriera e di momenti e gare belle ed emozionanti ce ne sono stati tanti, fortunatamente di più di quelli brutti vissuti in periodi difficili, e tutti legati a momenti molto diversi tra loro: le emozioni vissute ad inizio carriera da giovanissima e magari al debutto in Nazionale sono molto diverse da una gara magari ugualmente importante ma vissuta da matura.

Però, se dovessi proprio sceglierne una, che non è strettamente legata alla vittoria di una medaglia, cosa che dà sempre una forte emozione, direi la gara del mio primato personale sui 100 metri (23/6/2007, 11.56). Non solo perché è stata la mia gara migliore a livello cronometrico, ma perché tre fattori l’hanno resa indelebile nella mia memoria.

Primo: era una gara con la Nazionale, precisamente la Coppa Europa, quindi, il fatto di indossare la maglia azzurra è sempre motivo di grande fierezza ed esaltazione, anche dopo 12 anni di presenza nella squadra!

Secondo: la manifestazione si svolgeva a Milano, all’Arena, uno degli scenari più belli dell’atletica, in una cornice particolare, non solo per il suo fascino indiscutibile, ma perché per me è la pista delle gare di casa, che mi ha visto alle prese con le mie primissime competizioni e il mio primo grande successo al trofeo “Il ragazzo più veloce di Milano”… solo 18 anni prima!

E, infine, ciò che ha reso quella gara particolare è che avevo di fianco il mio mito di sempre: la velocista giamaicana (poi slovena per matrimonio) Merlene Ottey, che seguivo da tifosa fin da ragazzina. Non era la prima volta che la incontravo da avversaria, solo che questa volta le finii davanti. Certo, io al top e lei a fine carriera, già trentasettenne, ma fu una vittoria di grande soddisfazione e fu molto bello ed emozionante ricevere a fine gara i suoi complimenti.

Altre gare che lasciano ricordi bellissimi sono le due medaglie ai Campionati Europei under 20 e under 23 e i Campionati del Mondo assoluti, dove si respirano un’aria e un’atmosfera magica da grande evento. Lì ti senti veramente grande, anche nel tuo piccolo.

Cosa ti ha insegnato e lasciato l’atletica?

L’atletica mi ha insegnato la dedizione, l’impegno e la disciplina e ha rafforzato ed esaltato la mia determinazione. Mi ha insegnato che non sempre può andare bene, anzi ci sono molti momenti difficili; magari semplicemente periodi in cui il tuo impegno è massimo ma i risultati tardano ad arrivare, oppure non arrivano perché capita un infortunio e ti vedi sfumare davanti agli occhi il tuo sogno. Ed è proprio in quei momenti che non si deve mollare e che bisogna invece perseverare. È come la vita: non va sempre tutto liscio, bisogna resistere alla fatica e al dolore; l’atletica mi ha anche insegnato ad essere coraggiosa e ad affrontare gli eventi della vita e le paure; mi ha insegnato ad agire ed esser lucida nelle situazioni di stress e in queste riuscire a tirare fuori il meglio.

E poi mi ha lasciato le amicizie. Con le mie compagne di nazionale siamo rimaste molto amiche. Magari non ci sentiamo o non ci vediamo spessissimo, ma quando succede è come se il tempo non fosse mai passato, come se ci fossimo viste il giorno prima. Rimane un legame speciale venutosi a creare in anni speciali e indimenticabili.

È stato difficile smettere con le gare e l’agonismo?

È stato difficilissimo. Ma diciamo che è venuto un po’ da sé e un po’ è dipeso dalle situazioni in cui mi sono trovata in quegli anni.

Era il 2008 e stavo preparando le Olimpiadi. A gennaio stavo andando veramente forte. Poi purtroppo mi capitò un brutto infortunio al tendine d’Achille e non riuscii più a correre per quella stagione. I medici dissero che avrei dovuto operarmi ma anche che a trentadue anni non sarei tornata più come prima, allora decisi di non operarmi. Pensai che per l’Olimpiade successiva sarei stata troppo vecchia e che magari avrei comunque potuto continuare la mia attività in maniera meno intensa quando il tendine me lo avrebbe permesso. Il vero “addio” alla mia attività di alto livello lo diedi ai campionati italiani del 2009, guarda caso, all’Arena di Milano.

Poi avrei continuato ad allenarmi un po’ e, senza pretese, anche ripreso a fare qualche gara, soprattutto qualche staffetta, venendo anche utile alla mia società.

Avrei anche iniziato a pensare alla famiglia, cercando magari di mettere in cantiere un figlio. Intanto avevo trovato un lavoro a scuola, visto che l’anno di stop non mi permetteva di guadagnare abbastanza. Tutte queste situazioni fecero sì che iniziai ad allenarmi meno sia in qualità che in quantità.

Ma l’evento che mi ha fatto mollare quasi del tutto è stata la notizia della malattia di mio marito Massimo (Vanzillotta, ndr), perché non sarei riuscita ad avere le energie fisiche e tantomeno quelle mentali per allenarmi. E anche perché lui era il mio allenatore e vista la situazione non riusciva più a venire al campo ad allenare.

Quando e perché hai scelto di diventare un’allenatrice?

Non c’è stato proprio un momento preciso in cui ho scelto di diventare allenatrice. Diciamo che ho seguito naturalmente una strada già tracciata davanti a me. O meglio, negli anni alcune mie decisioni hanno tracciato questa strada che poi mi sono trovata bella evidente davanti a me. Oltre ad avere una forte passione per lo sport e per l’atletica, senza i quali non potrei stare, sono laureata in Scienze Motorie (già alle medie decisi che quella sarebbe stata l’università che avrei frequentato!); quindi anche il mio titolo di studio ha fatto sì che diventassi un’allenatrice. Inoltre, Massimo era un allenatore molto dedito alla sua attività e suo fratello Roberto è tuttora un allenatore di grande passione (nonché presidente della mia società di origine, il GEAS). Ho quindi, inevitabilmente, sviluppato un forte senso di appartenenza a quell’ambiente. Inoltre, nel momento in cui Massimo non riuscì più ad allenare, presi io in mano il suo gruppo e i miei compagni di allenamento divennero in un attimo i miei atleti. Poi, alla scomparsa di mio marito, ho definitivamente raccolto la sua eredità al GEAS come allenatrice dei velocisti.

Cosa ti piace nell’essere un allenatore?

Intanto mi piace pensare che Massimo riviva un po’ in me non solo nella mia vita di tutti i giorni, ma anche sul campo di atletica. E molto spesso quando sono con i miei atleti rivedo molto lui con noi. Massimo mi ha cresciuta come atleta e mi è stato maestro nel diventare allenatrice, lasciandomi un bagaglio tecnico e personale enorme. Essere allenatrice mi permette di mettere in pratica tutto quello che ho imparato da lui, mettendoci poi le mie competenze, le mie esperienze e il mio cuore.

Poi mi piace perché permette di tenere sempre molto viva la mia passione per questo sport: mi permette ancora, attraverso i miei atleti, di esprimermi, di sentire l’adrenalina e la tensione delle gare, di gioire e anche soffrire con loro.

Inoltre, una delle cose più belle è poter essere una guida per dei ragazzi che vedono in me un riferimento forte. Mi piace poterli aiutare a crescere in modo sano, cercando di insegnar loro qualcosa di buono non solo a livello motorio, ma anche qualcosa che gli servirà per la vita. Aiutarli a coronare i loro sogni e dar loro l’opportunità di poter vivere delle belle esperienze che ricorderanno per sempre.

La cosa che mi piace di più è la relazione personale che si crea tra allenatore e atleta, soprattutto se di alto livello, e specialmente se il rapporto è iniziato quando l’atleta è molto giovane.

Cosa insegni per prima cosa ai tuoi atleti?

Non sono una che fa molti discorsi di solito. Cerco, instaurando un rapporto di fiducia attraverso il mio comportamento, di dar loro un esempio e una testimonianza di dedizione, passione, impegno e serietà; il tutto condito con una buona dose di benevola pazzia.

Cerco di far capire loro che, se vogliono ottenere qualcosa, devono impegnarsi con continuità, decisione e determinazione; che se vogliono qualcosa se lo devono andare a prendere, perché nessuno glielo porta; che l’atletica è dura ma bellissima, come la vita; che non devono mollare mai e che bisogna porsi dei piccoli obiettivi raggiungibili per poi raggiungerne uno ancora più grande, che è il proprio sogno. Cerco di insegnare la pazienza (anche se non è una delle mie più grosse virtù) e che tutto quello che si vuole ottenere, se si lavora bene, prima o poi arriverà. E poi vorrei sempre riuscire a trasmettere la gioia e la bellezza della corsa.

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SIMONE FASSINA ALLA KANSAS STATE UNIVERSITY: IL SUO PRIMO MESE... A SPUTARE SANGUE

simone fassina kansas2E’ un elenco che si allunga di anno in anno, anche Milano è entrata nelle statistiche, e noi proviamo a tenere i conti e a fare il punto della situazione. Dopo la partenza a metà agosto di Giulia Sportoletti, ci sono altri due nomi da mettere sul registro degli atleti milanesi che si sono trasferiti negli Stati Uniti in cerca di fortune scolastiche e sportive.

Iliass Aouani (Riccardi Milano), tricolore juniores 2014 nei 5000 e azzurrino agli Europei under 23 di Tallin, ha traslocato in Texas alla Lamar University di Beaumont. Il ragazzo cresciuto al Centro Metanopoli di San Donato Milanese sotto la guida del leggendario Claudio Valisa (coach di Gennaro di Napoli), sarà ora seguito da Tony Houcin e studierà ingegneria civile.

Scarpette, attrezzi e bagagli anche per il primatista juniores di decathlon Simone Fassina (Team-A Lombardia, nella foto sopra in versione americana), non ancora diciannovenne (gli auguri il 19 ottobre), che da un mese vive, studia e si allena alla Kansas State University con una borsa di studio di 4 anni. Il primo contatto con il college c’è stato ad aprile, poi l’incontro con il nuovo coach è avvenuto agli Europei Juniores in Svezia.

Il campione italiano junior ci ha raccontato questo primo approccio alla suo nuova vita nel college, per ora caratterizzata dall’impratichirsi nella lingua inglese e dal prendere il ritmo della sua giornata di studio e allenamento.

«Sono uno studente internazionale per cui al momento seguo solo lezioni di lingua inglese, poi da gennaio inizierò le lezioni di biochimica» ha spiegato il campioncino di Vimercate, scoperto e cresciuto da Agostino Rossi nell'Athletic Club Villasanta. La sua condizione di atleta determina tutta la sua vita al campus. «Vivo in un appartamento con 5 atleti, tutti simpatici e con cui mi sono ambientato bene. Abbiamo una mensa riservata e un menù apposta per noi atleti, e in più c’è la study table. E’ un tutor per gli atleti che ci aiuta nello studio, perché dobbiamo mantenere una certa media altrimenti non possiamo fare gare».

Tolti i “servizi per studenti” la vita sportiva di Simone è molto simile a quella di un professionista. «Alle 6 abbiamo il primo allenamento, un potenziamento di circa 1 ora. Poi si va a lezione. A metà mattina abbiamo la fisioterapia per la postura, poi un altro allenamento nel pomeriggio». L’organizzazione è davvero imponente per chi è cresciuto a stretto contatto con uno, due allenatori. «Nel mio gruppo ci sono 4 multiplisti, in totale con la pista e il cross siamo 80 atleti. L’head coach è Cliff Rovelto, che allena anche le prove multiple ma segue pure Erik Kynard (argento nel salto in alto alle Olimpiadi di Londra, ndr) che si allena lì. Il potenziamento lo faccio con un altro coach: lì c’è un coach per ogni settore e ciascuno ha degli assistenti, e poi ci sono i fisioterapisti». Insomma, un’università che sembra un’azienda dell’atletica.

In tutto ciò Simone Fassina sta cercando di ritrovare la forma che gli è un po’ mancata per tutta la stagione, nonostante sia riuscito a fare il record italiano (7198 punti) e a partecipare agli Europei Juniores, che in pratica sono stati l’ultima sua apparizione in pista. «Sto sputando sangue! Per ora faccio potenziamento, corsa e andature. I carichi sono pochi ma facciamo tanti esercizi a corpo libero che ti stroncano. Da ottobre faremo più tecnica e poi da dicembre le prime gare».

A proposito di gare. La sua università gareggia nella Conference Big 12, First Division, West Coast. Sembra un indirizzo postale, e un po’ lo è: è dove vivrà Simone Fassina per i prossimi 4 anni. In bocca al lupo.

DAVI.VIGA.

6 AGOSTO 1995 MICHELE DIDONI CAMPIONE DEL MONDO A GOTEBORG

Domani, mercoledì 6 agosto, sarà una giornata da ricordare per l’atletica milanese. Esattamente 20 anni fa in Svezia, a Goteborg, un giovanissimo Michele Didoni da Quarto Oggiaro, ad appena 21 anni conquistava la vittoria nella 20 km marcia dei Campionati Mondiali di atletica (l'arrivo nella foto a destra). Una vittoria unica e speciale, costruita tutta a Milano, all’interno della Nuova Atletica Astro (anche se già allora Didoni indossava la maglia dei Carabinieri) e dei programmi di quel genio di Pietro Pastorini.

La vittoria è già stata celebrata nella sua città un mese fa, con unafesta a sorpresa che ha riunito al Comitato provinciale Fidal tanti campioni di ieri e di oggi (vedi foto sotto). Il calendario dell’anniversario mal si pone per feste in casa, infatti Michele ci risponde al telefono dalla Sardegna dove sta trascorrendo le vacanze con la famiglia.

«Dopo 20 anni ricordo ancora tutto molto bene di quei giorni – racconta Michele – e dopo 20 anni sono rimasti solo ricordi positivi». Prima, durante, dopo: ricostruiamo quell’agosto del 1995.

«Prima della gara avevo avuto qualche problema muscolare ma avevo deciso di partecipare lo stesso. Io sono sempre stato lontano dalla mentalità del campione, per me era più importante partecipare che vincere. Io ero in una pacata tranquillità, l’unico che ci sperava era Pastorini». A 21 anni, benché avesse già vinto l’europeo juniores e giunto 10° agli Europei dell’anno prima, non era così facile fare i conti con la propria condizione. Michele però assicura di aver sempre avuto un “ottimo limitatore”, quella capacità di basare il proprio lavoro sulle sensazioni che il corpo manda. Due episodi a testimonianza di questa dote.

«Due giorni prima della gara Sandro Damilano ci fece fare un lavoro non lungo ma tutto di variazioni. Non me la sentivo e ho camminato tutto il tempo. Dissi a Sandro che dopodomani gli avrei fatto vedere quel che valevo. Facemmo anche una scommessa: se fossi andato bene lui per un po’ di tempo non avrebbe più bevuto il suo amaro dopo pasto. Beh, perse e pagò la scommessa». Poi la sera prima della gara mondiale uscì dall’albergo con un compagno di nazionale per andarsi a mangiare una vera bistecca: «non è che fossi nervoso, era proprio fame!».

Il giorno dopo, domenica 6 agosto 1995, alle ore 14 prende il via la gara dei 20 km di marcia. Russi, spagnoli, Giovanni De Benedictis: i favoriti sono altri. «Per come mi sentivo e per come vedevo gli avversari ho capito che me la giocavo. Non ho fatto gara di testa, ero lì nel secondo gruppo. Poi tra il 16° e il 17° km li vedevo davanti e ho deciso: perché non provarci? Non ero fresco, ero comunque al limite, ma in quelle situazioni basta poco: un applauso, una voce e scatti. Io ricordo l’incitamento di Alessandro Mistretta e del gruppo del Trofeo Frigerio, e sono partito. E’ il gruppo che crea energia».

Di lì parte la cavalcata trionfale di Michele che si conclude solo dopo il traguardo all’interno dello stadio Ullevi, con il tempo di 1:19.59. E’ l’apoteosi. Tricolori, flash, microfoni, il podio e l’inno nazionale. E’ tutto così grande, all’improvviso. Michele prova a non perdere la testa. «Dopo la medaglia e il podio me ne sono andato e sono stato da solo per pensare a tutto quello che avevo fatto. Avevo bisogno di un attimo del mio spazio». Se tutto ora è gigantesco lui però resta il piccolo Michele, quello che, incrociato da un compagno di nazionale, risponde pacato all’inevitabile domanda sul risultato della gara: «beh abbastanza bene» e solo per l’insistenza dell’amico per avere più dettagli, tira fuori dalla tasca la medaglia che spiega tutto senza parole.

Il titolo mondiale proietta Michele Didoni nel mondo dei “campioni” cui tocca, tra le tante cose, anche avere rapporti con la stampa. «A Goteborg ho capito il giornalismo sportivo e mi sono tanto innervosito. Un esempio. Una giornalista di Repubblica mi chiede per cosa voto. Io rispondo che sono apartitico ma che la mia è una famiglia operaia. Il giorno dopo c’era scritto: Michele Didoni il comunista che marcia». Facile immaginare che il suo gruppo militare gli abbia poi chiesto qualche spiegazione…

Il campione Didoni poi però non torna più ai fasti svedesi. Due podi ai Giochi del Mediterraneo, due Olimpiadi, sempre tra i primi ma non più primo. «Non mi sono mai trovato bene nel gioco del campione. Per me il campione è chi ha doti oltre. Puoi essere bravo a marciare per un certo periodo, ma non devi mai dimenticare che ci sono cose più importanti. I veri campioni sono quelli che non vengono mai nominati ma che aiutano gli altri tutti i giorni». C'entra forse in questo l'insegnanmento del padre Luigi, una vita da infermiere all'ospedale Niguarda?

Così oggi, a 20 anni di distanza, né rimpianti né rimorsi per quel 6 agosto e per quel che è successo dopo. “Della gara di Goteborg sono rimaste solo cose positive. L’unica cosa negativa, in tutta questa storia, è che non è passato il mio pensiero che, quando sei in pantaloncini, l’importante è fare il meglio ed essere convinti del percorso fatto”. Tutto qui. Chissà che un giorno Michele non torni a insegnarlo anche ad altri.

DAVI.VIGA.

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